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NONSENEPUOPIÙ

Dire basta non basta

Milano/Lubiana, Apr.1992 - Ott.1993

Andrea Murnik 

 

Questo scritto ha le seguenti caratteristiche:


    Parla di idee sulla gestione dell'arte, in funzione di esperienze sviluppatesi con artisti operatori di ogni nazione, ma soprattutto in funzione di osservazioni di quanto avviene nella società

    È stato concepito nell'arco di un paio d'anni. Esso quindi non è né attuale né superato: cerca semplicemente di essere.

    Non contiene pettegolezzi, precisazioni o rivendicazioni.

    Viene indirizzato a persone stimabili per quanto fanno per l'arte. 


Perché si è sentita la necessità di istituire un simile strumento di comunicazione? Perché quel che si vede oggi nel mondo dell'arte è nella maggior parte dei casi non solo ripetitivo, ma addirittura preconfezionato, privo di entusiasmo, spesso anche squallido. La civiltà del consenso ha appiattito il gusto, ha tolto motivo alla ricerca: a causa di un malinteso, duchampistico, "non c'è problema", tutto va bene, tutto è ormai lecito in arte, molto è banale e appiattito. Perché quindi si dovrebbe ricercare un valore trasgressivo, che perturbi la quieta accondiscendenza di una società che chiede solo di non pensare? Perché schierarsi a favore di questo o quello, quando si tratta solo di far accettare il già accettato?


Perché la ricerca è "l'antimateria" del mercato fine a se stesso. Entrambi si compensano e hanno bisogno l'uno dell'altra. Il problema oggi sta nel fatto che il "non c'è problema" è "Il Problema"! Se dunque esiste un ambiente che si limita a confermare i valori acquisiti e si nutre di interscambi commerciali privi di problematiche ed emozioni ancestrali, dall'altro lato deve esistere (ed esiste) un ambiente che tende alla rottura dell'equilibrio raggiunto, affinché una "piccola catastrofe" possa smuovere, commuovendoli, gli animi e consentire non di "andare avanti" in senso progressista, ma di "continuare ad andare avanti" in senso poetico.


Quanta prosopopea permea il Mercato! Pontifica qui, pontifica là, alcuni personaggi hanno finito per convincere gli artisti che è solo il successo ciò che conta. Da cogliersi presto e possibilmente facendo terra bruciata attorno dei colleghi che si occupano invece di ricerca, spesso sofferta. Non esiste di conseguenza uso dell'aporia , che determina il coraggio di osare pur sapendo di rischiare l'errore, l'unica facoltà che consente alla ricerca, artistica o scientifica che sia, di essere "costituente", contrapponendosi a quella che si gabella per tale, mentre obbedisce ai canoni del "costituito".


Oggi, in Italia come altrove, un giovane artista a cosa mira? Cosa fa e cosa non fa che invece dovrebbe fare? Ecco alcune risposte, tenendo presente che molte delle seguenti considerazioni potrebbero valere anche per critici, galleristi e altre figure dell'ambiente artistico contemporaneo: Culto del successo:


    presenza su Artforum e su Flash Art, presenza comunque su qualche rivista d'arte;

    disporre di una o più gallerie che facciano pubblicità sulle riviste d'arte;

    operare strategicamente per giungere rapidamente al successo;

    non avere in studio mai più di tre opere e solo una tutt'al più in vendita. 


Gratificazione edonistica:


    Passat SW o Audi 80

    belle ragazze

    ristorante e discoteca

    parlare moltissimo di denaro

    vestirsi elegantemente, meglio se dark (ma firmato). 


Opportunismo esistenziale:


    farsi mantenere in casa dai genitori fino ai 40 anni e più, per poi passare ad una moglie che faccia da amministratrice-mamma del "genio";

    viaggiare per divertimento

    non uscire mai dai canoni legittimati dalla civiltà del consenso;

    non polemizzare mai con nessuno;

    fare solo i propri interessi. 


Opportunismo professionale:


    pretendere un venduto garantito ad ogni mostra;

    preferire i galleristi-mercanti ai galleristi-promotori;

    evitare che un pezzo riesca male;

    non buttare mai via un pezzo anche se mal riuscito;

    non produrre mai opere "invendibili";

    produrre pensando alla collocazione economica del lavoro;

    viaggiare per presenziare solo alle mostre ove si possano incontrare "persone utili";

    viaggiare per mantenere o istituire rapporti economici;

    avere e detenere uno o più collezionisti in proprio, aiutandoli a scavalcare le gallerie; 


Disimpegno professionale:


    non produrre pensando al senso di ciò che si sta facendo;

    parlare solo di occasioni di lavoro e di strategie, mai di arte;

    mangiare solo pizza;

    bere solo Coca Cola;

    non visitare mai lo studio di un collega;

    non parlare mai d'arte con i colleghi e con gli addetti;

    non rischiare mai, né producendo e tanto meno esponendo;

    non sbagliare mai (idem c.s.);

    non conoscere le lingue;

    non visitare mai un museo o un importante luogo d'arte;

    mentre si viaggia non visitare mai luoghi d'arte antica;

    non studiare niente, neanche l'arte;

    basare la propria cultura esclusivamente sul nozionismo derivato dall'intensa lettura di riviste d'arte di moda. 


Perché me la prendo tanto e soprattutto con gli artisti? Perché sono loro che per primi innescano il meccanismo, producendo le opere, al quale partecipano poi tanti operatori: galleristi, critici, riviste, collezionisti, musei, sponsor, appassionati, studenti, stampatori; ma anche corniciai, tipografi, autotrasportatori, fotografi, fotolitisti, addetti di galleria, agenzie stampa, giornalisti, PR, aziende varie.


Purtroppo nell'Arte d'oggi, come nella vita, non è più semplicemente il caso di distinguere tra Vero e Falso: il Falso non desta più interesse, al contrario del Mentito, che è tutt'altra cosa dal Finto. È una questione di valori economici: il Vero dovrebbe essere ciò che vale perché corrispondente al Reale; al Falso non si attribuisce alcun valore proprio perché non corrisponde al Reale; il Finto un suo piccolo valore, almeno poetico, lo detiene, forse perché spesso diverte per l'ironica menzogna che contiene e mostra impudicamente. Ma è il Mentito che oggi si è sostituito sia al Vero sia al Finto, rafforzato nella sua azione dalla Distrazione dell'intero ambiente al quale l'Arte si rivolge. Parafrasando G.B.Shaw, si potrebbe dire: "Più conosco l'arte, meno amo gli artisti!". Ma è solo colpa degli artisti se ci si annoia? No certamente. Anche tutte le altre categorie partecipano e corroborano la civiltà del consenso cui tutti siamo sottoposti.


Io sono stato un gallerista che ha un alta considerazione della propria funzione, che da 15 anni visita studi e si occupa d'arte di ricerca. Ho sempre cercato di fare proposte e, per trovare qualcosa di innovativo, coraggioso e stimolante, ho girato un po' dappertutto nel mondo come un cane in una tartufaia. Qualche volta ho individuato degli artisti che poi, grazie anche al mio contributo promozionale (fatto non solo di mostre nella mia galleria beninteso, anche se sono state tante, ma specialmente di molto parlarne con tutti, proporli a riviste, gallerie e curatori di mostre pubbliche), hanno cominciato ad ottenere quel successo tanto ambito cui miravano e che in realtà era la sola cosa che volevano da me, salvo poi disconoscere il mio contributo professionale.


Difficilmente infatti, anche da parte di questi artisti e non solo da parte di coloro che hanno riscosso meno consenso, ho visto riconosciuto il mio lavoro, che è un servizio e la cui efficacia non è quindi in gran parte immediatamente valutabile. Solo fino a qualche anno fa me la prendevo per questo. Una volta mandai una fattura da 25 milioni a vari artisti, a titolo di compenso per molti anni di lavoro svolto a loro favore, i quali avevano esagerato nel disconoscerlo. In realtà volevo liberarmi in un sol colpo di parecchi di loro, il cui lavoro era divenuto, in conseguenza di un pizzico di popolarità acquisita, troppo consenziente alle esigenze di un mercato che chiede di essere tranquillizzato invece che perturbato: grazie al cielo molti di loro ancora oggi non mi salutano neppure, anche se poi ovviamente non pretesi da loro mai il saldo del debito, e questo mi rende contento perché è stato un modo rapido ed efficace di liberarmi da gente che stava ormai solo parassitando la mia galleria e che per di più aveva perso ogni cognizione di cosa fosse davvero il fare arte. Poi ho smesso di pensare che si potesse avere un rapporto interumano tra gallerista e artista e da loro ho preteso solo professionalità.


Direi che quasi sempre ho trovato moltissima professionalità, ma scarsissima deontologia professionale e tanto meno etica. Cioè ho avuto a che fare con tantissima gente che sapeva come fare ad ottenere certe cose, ma che trascurava in modo quasi totale la pratica della ricerca. Allora ho ancor più cercato, soprattutto all'estero, degli artisti la cui storia mi fornisse certe garanzie d'impegno. Ne ho trovati alcuni e per me lavorare con loro ha costituito un tesoro inalienabile e vitale e un conforto nel constatare che, nonostante tutto, l'arte si può fare seriamente e con il coraggio di rischiare. Ma alla fine il mio entusiasmo, la speranza che qualcosa di valido si potesse fare, pur agendo all'interno del sistema di diffusione dell'arte dei nostri tempi, si erano spenti. Per me restano indicative di questo stato d'animo alcune mostre che ho accettato di fare nell'ultima stagione della mia galleria. Pur inframmezzate ad altre, che erano ancora di ricerca, erano mostre che avevo accettato di fare, solo perché ormai avevo perso l'energia e la fede sufficiente a dire di no.


Mi ero dato un tempo di riflessione, durato quasi due anni. Cosa potevo fare per variare o, meglio, per integrarmi in un sistema che, soprattutto ma non solo in Italia, è diventato amorfo, noioso, privo di entusiasmo, cauto fino alla pavidità, citatorio, imborghesito, pettegolo, provinciale e meschino? In quei due anni ho fatto sì che gran parte dei frequentatori della mia galleria, che, mi si dice, trovava "chic" venirci, cessasse di visitarla. Quelle persone non mi interessano, anzi mi è sempre costato parecchio il sopportarle. Intanto mi sono dedicato al raffinamento delle mie poche capacità, allo studio, all'organizzazione di grandi mostre museali per apprendere l'arte di esporre in quegli spazi (Memphis allo Stedelijk e in altri musei europei, per esempio). Ma soprattutto mi sono guardato attorno per vedere se ci fosse qualcosa e fosse giusto per me continuare a cercare di promuovere l'arte d'oggi.


Ho "taciuto" per due anni (ma ho continuato a svolgere senza chiasso una credo buona attività di ricerca e di proposta: Copers, Cicalese, Cyberspace, ecc.), per pensarci, per elaborare un progetto, che era in cantiere da molti anni, fin da quando con Giulio Cappellini, nella Galleria di Como e poi anche a Milano in certo modo, quando intervenirono pure altri sponsor, allestimmo una parte della Galleria come "spazio arredato", in modo da far sì che le opere entrassero in relazione con elementi estranei all'Arte, assumendo così una dimensione più "quotidianamente umana", cessando di essere "sacralizzate", come è facile e banale fare, isolandole per esempio su una parete e puntando addosso un congruo numero di faretti. Pensavo: "le opere nascono in studio, tra il pranzo e la cena, tra una visita di un amico e il fare all'amore, tra una cambiale e un dispiacere, in una giornata di sole o di notte... Che senso ha "esibirle" in un contesto che serve solo a raffreddarne la carica umana di cui sono impregnate, se non a renderle gradevoli a puri fini mercantili?". Così abbiamo messo in relazione le opere con degli oggetti, magari raffinati e ricercati, comunque di uso comune, esattamente come quelli che si trovano nelle case cui infine le opere sono destinate. Lasciamo che le "opere da museo" vengano collocate e restino nei musei, lasciamo che ogni opera nasca e viva per la collocazione che le è destinata.


Ho capito allora che quel che proprio non mi andava era di rappresentare con la mia "galleria-negozio" la conferma di un sistema di proposta dell'arte che non contiene in sé invece nulla di propositivo: ogni gallerista gestisce il proprio sito come una qualsiasi boutique o negozio di scarpe. Tutti si danno da fare a realizzare il denaro necessario, forsennatamente e con falso stile: mi sembrava di appartenere ad una categoria di "Vuccumprà" vestiti a festa. Allora ho detto "basta!: sono un 'gallerista pentito'!"


Ma dire "basta!" non basta. Bisogna arrivare a dire "non ne posso più!", se si desidera partecipare con il necessario entusiasmo e vigore a ciò che si fa, invece di arroccarsi su posizioni di rincalzo e di difesa. Io non sono ancora stufo: semplicemente mi stavo annoiando. Ma sono convinto che esistono molti che si annoiano come me, che hanno cose importanti e costruttive da dire, cose soprattutto sincere ed innovative, e altrettanti che vorrebbero interessarsene. Dove sono queste persone? Qua e là a volte ne incontro qualcuna, ma assai di rado. Questo mi fa pensare che la struttura fisica di cui mi ero munito, la "galleria-negozio", giustamente non si confaccia loro, come a me, che evitano di frequentare un luogo "chic", che si presenti come un supermercato dello scontato, come un anonimo contenitore-display di mele tutte lucide e uguali, che si distinguono solo per essere rosse o verdi, ma comunque risapute da prima ancora di mettervi piede. La scatola-contenitore vuota, qual è strutturalmente la galleria tradizionale, nella quale collocare in bella esposizione il prodotto artistico, non nato per quell'ambiente, ma con l'intenzione che sia buono per tutti gli usi e collocazioni, ha fatto il suo tempo e rappresenta ormai soltanto la bancarella ove viene esposta la merce dedicata ad un pubblico nonpensante, noncurioso, bisognoso di tranquillizzanti conferme e convinto di potersi considerare elitario solo perché ha potuto finanziariamente permettersi di comprare un'opera che raramente in realtà contiene le caratteristiche necessarie a poter essere definita "d'arte". Trovo, io che per anni ho portato avanti una linea estetica che fa anche della superficialità una delle sue componenti essenziali, che la stragrande parte delle opere che oggi vengono prodotte siano solamente superficiali o apprezzate solo in superficie, anche se quasi sempre ammantate di verbose giustificazioni che non servono a riscattarle all'occhio e alla sensibilità dell'osservatore attento. Lo stesso mercato è ben lieto di avallare questo stato di cose: vorrei sapere quanti "Concetti spaziali" sono stati acquistati in questi anni, strappandoseli di mano a fior di milioni, perché si provava godimento nella loro interezza artistica, piuttosto che perché il loro colore ben s'intonava all'ambiente cui erano dedicati. Povero Fontana, che certo non ha prodotto le sue opere come oggetti da decoro e vanto salottiero, ma che in questo esse sono state trasformate dall'elegante mercato tritatutto. Tralascio poi di esprimere le mie considerazioni su "squadracce" di giovani che oggi vengono considerati molto validi in virtù di un'efficace marketing: non voglio dar loro neanche il merito di essere presi in considerazione. La maggior parte di coloro che trattano mercantilmente l'arte è stata ben lieta di atrofizzare i propri e gli altrui cervelli e sensibilità a favore di una più facile e consolatoria collocazione di opere il cui senso, quando e se c'era, è stato più o meno volutamente malinteso. Ma se non si vuol proseguire nell'appiattimento culturale, nell'azzeramento della propria sensibilità poetica, si cerchi di vivere il mondo per ciò che fin da Platone ci è stato insegnato essere: simbolo e rappresentazione, mistero dell'altro da sé. Si ricerchi la ricerca, la perturbazione del sistema acquisito, la "piccola catastrofe" che richiami al nostro cuore, più che alla nostra mente, le stesse emozioni che hanno commosso i nostri progenitori e da allora tutti gli uomini fino ad oggi. Si rifiuti lo scontato e il risaputo, si cerchi solo di riconoscere, di riconoscersi.


Allora ho pensato che è di un altro tipo di struttura espositiva, di un altro rapporto, ciò di cui io e quelli come me abbiamo bisogno: dateci un luogo che favorisca l'impegno, dove la curiosità sia appagata, dove la sincerità sia premiata. È giunto per me il tempo di smettere di vestire i panni del "Vuccumprà" e di indossare quelli più adatti alla polvere degli studi e alle nottate in bianco dedicate a discutere con gli artisti di ciò che fanno e non del cosa è più opportuno fare. È tempo per tutti di tornare ad essere stimolati dalle idee, di ricercare ancora nelle opere d'arte l'estrinsecazione dello spirito del momento e della poesia che tutti conteniamo e che così difficilmente ci è concesso, a causa dell'accavallarsi delle contingenze quotidiane, di estrinsecare e persino di riconoscere. Ho già cominciato (e continuerò nei prossimi anni) a cercare in giro per il mondo chi ha trovato, usando la indispensabile sincerità, qualcosa da dire di realmente innovativo, trascurando chi mi fornisce soltanto garanzie d'eleganza e di vendibilità.


D'ora in poi io voglio anche strutturalmente dimostrare la mia volontà di essere "complice" di chi, come me, non prostituisce la propria curiosità né il lato poetico e creativo della propria essenza umana al soddisfacimento delle esigenze quotidiane e all'appagamento di una distratta partecipazione al fare artistico. Io voglio aver a che fare solo con chi è sinceramente interessato ai problemi dell'arte, con chi generosamente porta entusiasmo e idee, con chi non si accontenta di starsene comodamente seduto in platea, ma vuol salire sul palcoscenico e partecipare al divenire dell'arte nella nostra epoca e nella nostra società. A costoro (chissà di quanti non ho ancora neppure sentito parlare) va il mio invito: stiamo in contatto, non ho niente da vendervi, anzi vorrei potervi ricompensare se mi porterete idee, entusiasmo, forza creativa. 

 NOTE: citazioni da Dylan Dog (credo e spero sia la mia unica citazione mai fatta)
    Semplicemente non esistiamo... così come voi esistete!
    Dimenticare un'amnesia: non è buffo?
    Non che io creda a queste cose, ma ciò non toglie che siano vere 

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